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Elektra e le altre


Elektra

Né compianto ti viene d’altra, che me non sia, padre, dopo la morte che t’offese tanto. Ma non io i lamenti non fatica di gemiti lascerò mai fin quanto d’astri accesi vedrò la luce pulsare e chiarore di giorno. (“Elektra” Sofocle vv.110-118. Traduzione di G. Lombardo Radice)

In questi versi c’è tutto il dramma di Elektra, figlia di Agamennone e Clitennestra che vive per vendicare il padre morto. Indubbiamente Frank Miller – avvezzo ad ispirarsi alle più varie fonti – nello scrivere il suo “Elektra Assassin” ha attinto alla tradizione classica. I richiami di Elektra di Sofocle sono numerosi sin dalla prima pagina – in cui passano quasi inosservati i nomi di Clitennestra ed Agamennone – e, attraverso la citazione quasi letterale (1), finiscono per diventare elementi costanti della narrazione. Le analogie sono ora evidenti ora sottili: oltre a quelle tra Elektra ed Elektra, spicca quella tra i due padri – il moderno diplomatico ed il mitico Agamennone – entrambi assassinati e compianti, mentre assai più sapiente è il filo che lega Clitennestra e la figura della bestia, nemesi inquietante di Elektra che da lei ha bevuto il latte; la vita nel peccato di Clitennestra che contaminò Elektra fino a perderla nella sua sete di vendetta, si trasforma nel richiamo insinuante della bestia; al culmine dell’iniziazione i seguaci del demone sussurrano ad Elektra… “See hi mas she i sto home and blood…” (2). Questa tremenda affinità col peccato, tanto ben rappresentata dall’immagine del sangue, resterà uno dei caratteri dominanti del personaggio di Elektra/Elektra fino a risolversi nello scontro finale, in cui si compie il destino di Garret, anche lui come Oreste strumento della vendetta purificatrice.

Elektra

“L’in udibile udii e mi diete i brividi” (vv. 1411-1412)

Ma a ben vedere, in questa opera non esiste una sola Elektra.

Come del resto, l’intero lavoro, anche la protagonista è il risultato di una sorte di contaminazione tra più influssi tra cui quello classico funge solo da spunto. Cospicuo è l’apporto fornito dall’immagine della ninja attinta dall’immaginario giapponese tanto caro a Miller. La figura della guerriera-sacerdotessa, riunisce in se gli estremi dell’imbattibilità da un lato – per cui risulta inimmaginabile la sua sconfitta nel combattimento corpo a corpo – e della “sacralità” maledetta dall’altro. L’educazione mistica di Elektra trasforma la sua follia omicida ogni volta in un rituale e la rende credibile come nemesi della Bestia, traslando il loro rapporto in una dimensione invisibile all’uomo comune, frutto della illusione tra realtà e irrealtà. L’altro elemento sostanziale della sua psicologia è quello ferino – spigato in dettaglio dalla analisi fisiologica dello SHIELD – per cui le parti animali del suo cervello risultano ipersviluppate , fino a regolare le funzioni vitali senza l’apporto della parte razionale. È dalla congiunzione tra l’elemento religioso e quello animalesco che deriva la forza di Elektra: sempre al di là del piano razionale, i due piani si fondono e fanno di lei lo strumento perfetto per la distruzione della Bestia.

La Bestia e Ken Wind.

“(Elettra) – Ma dei dolori miei non vedi tutto.

(Oreste) – Quale altro aspetto peggiore può esserci? (E) – Questo: ch’io vivo accanto agli uccisori.

(O.) – … di chi? come durasti tale infamia?

(E) – Gli uccisori del padre: e mi hanno schiava.” (vv. 1213-1217)

La vera madre di Elektra compare nella prima pagina e poi sparisce: è proprio la Bestia, figura assai p oscura il cui sangue scorre nelle vene della ninja, a sostituirla. Questa volta Miller sceglie una soluzione diversa per dare corpo agli incubi del protagonista, rispetto a quella del Dark Knight. Mentre per Batrnan demone sembra soprattutto una proiezione della psicologia tormentata dell’eroe, e dunque instaura un rapporto fortemente dialettico col protagonista di cui rappresenta l’antitesi, in “Elektra: Assasin” la Bestia è personificazione estrema del Male e ordisce una trama per la distruzione del mondo. Il perno di questo disegno è il candidato alla presidenza Ken Wind, l’uomo dalla faccia sempre uguale, sempre sorridente e si inserisce in un campionario di luoghi comuni della politica americana: il democratico liberale dagli idei di facciata kennediani e progressisti, contrapposto all’avvizzito presidente conservatore (… forse Reagan?) servizi segreti un po’ fascisti, violenti e naturalmente corrotti; l’America Latina campo di battaglia t dittatori e delinquenti, su cui fa ombra l’imperialismo a stelle e strisce. In questo contesto satireggiante, e rappresenta l’aspetto più marcatamente cartoonistico del fumetto, spicca il contrasto tra il viso pulito affidabile di Ken Wind e la luce oscura della Bestia.

Garret

“Amiche, o donne della mia città, guardatelo: Oreste, lui che un artificio uccise e un artificio salva, ora, morte.” (vv. 1226-1229)

L’altra faccia dell’America si incarna invece nell’io narrante della maggior parte della storia: Garret, caricatura estrema dell’agente federale, perennemente insoddisfatto, progressivamente demolito nell’immagine e nel fisico e ricostruito di volta in volta fino a diventare nient’altro che una testa attaccata ad un corpo meccanico. È possibile individuare un punto di rottura nel fumetto (tra il secondo e il terzo episodio laddove, dalla narrazione vagamente psicopatica di Elektra, si passa a quella cinica e disincantata di Garret li suo è il punto di vista “realistico” sulla vicenda; lui non vede i demoni e, senza comprenderne i perché subisce l’operare di Elektra che gli entra nel cervello. Lentamente “the bitch” diventa “honey” in un progressivo coinvolgimento emotivo di Garret, che arriva ad assumere toni sado-maso. I due protagonisti rincorrono in un gioco di provocazioni smaccatamente sessuali, in cui Garret è destinato a perdere. “‘ punish me… humiliate me… I beg you… not a stop” (3) dirà Garret nel suo delirio, accettando definitivamente il suo ruolo di succube e burattino inconsapevole . Il suo riscatto avverrà solo alla fine quando compiutasi la missione, la donna gli concederà un sorriso, per la prima volta, sincero.

Armageddon

“Han compimento le maledizioni e vivono i sepolti. I morti antichi sangue dal sangue rifluente attingono degli uccisori.” (vv. 1418-1421) Il finale, brillante e sorprendente scongiura l’avvento dell’oscurità progettato dalla Bestia. La Bomba, che doveva esserne lo strumento, è un incubo ricorrente per una certa generazione americana e ha attraversato molte opere artistiche fino ai primi anni ’80: eclatante l’esempio dei fumetti; infatti, se nel “Dark Knight” appariva solo come comprimaria, nei “Watchmen” è la protagonista assoluta, indissolubilmente legata allo scenario dell’Apocalisse. Ma la paura della Bomba è solo uno dei tanti ingredienti che si ritrovano in questa opera, che finisce per diventare una sorta di “contenitore” dove satira, dramma, sesso, violenza, raffinatezze narrative e psicologia si fondono insieme. Lo spunto classico resta dunque marginale e serve, in ultima analisi, solo a dare l’avvio alla vicenda che si arricchisce man mano, di situazioni e spunti autonomi e originali (si vedano ad esempio i personaggi di Chastity e Sandy oppure la commistione con i protagonisti della continity Marvel come Nick Fury e Devil o ancora la caricatura della civiltà ultratecnologica, con gli gnometti blu che svolazzano nei laboratori e le teste parlanti, ultimi residui di corpi distrutti, che viene consacrata nella prospettiva inquietante dell’Extechop). Il senso di “Elektra: Assassin” va cercato proprio in questa sua natura “aperta”. Dal punto di vista della sceneggiatura Miller utilizza sapientemente i vari elementi ai fini di un risultato puramente artistico, squisitamente evocativo, costruendo una vicenda fortemente drammatica in vista dell’irridente finale, che richiama per molti versi quello di “Birdy” di Alan Parker. Parallelamente la mano di Bill Sienkiewicz si cimenta nella contaminazione di stili ed esperimenti grafici di cui si è tanto parlato e la cui funzione, oltre a quella di supportare la narrazione sospesa tra realtà e delirio, è quella di irridere ulteriormente il canone tradizionale del fumetto americano. Creazione artistica, dunque, e come tale non riducibile ad uno schema definito. Ecco perché, nella sua estrema complessità che rasenta talvolta l’incomprensibilità, “Elektra: Assassin” non è un fumetto da interpretare, non avendo altra ragione d’essere al di fuori della sua “struttura”. Lasciatevi ammaliare, allora, dal suo potere evocativo.

Note:

(1) L’esempio più appariscente è la similitudine tra la figura del padre e quella della quercia, che si ritrova sia nel testo di Sofocle che nella miniserie di Miller: “il padre abbattuto come quercia dal boscaiolo” (vv. 107) -You stand over me like a great old tree, poppa” (pag. 5, parte 1)

(2) “Guardalo, guardalo come davvero è… annusalo… sei la sua favorita… assapora il suo sangue di madre… lascia che il sangue e la carne prendano il sopravvento sulla mente” (pag. 17, parte 1)

(3) ‘Puniscimi… umiliami… ti supplico… non fermarti” (pag. 13, parte VI)

  • Elektra di Frank Miller e Bill Sienkievic

Marvel’s Girl Gallery (cliccare sull’immagine per ingrandirla)

Elektra Su Comicsando

One Comment leave one →
  1. tambe permalink
    28 febbraio 2012 17:51

    che bella recensione, sono in possesso del fumetto di Miller. Lo rileggerò volentieri.

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