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Chi è Jeff Hawke?

3 luglio 2009

jeff hawke

Chi è Jeff Hawke

jeff hawke (2)Ne ho viste di cose che voi giovanissimi umani di oggi non potreste neanche immaginarvi: televisori in bianco e nero con un solo canale che trasmetteva per poche ore al giorno. Ho visto nella TV in bianco e nero, alla mattina, delle signore che mostravano tessuti e mazzi di fiori; una voce fuori campo ripeteva: “Prove tecniche di trasmissione”. Erano immagini destinate al futuro: quando sarebbe arrivato (ma sarebbe mai davvero arrivato?) il colore sui piccolo schermo. Ho visto cose che oggi sarebbero dei tutto impensabili, improbabili, impossibili. Piccoli computer grandi come pareti, e uomini a convegno asserire che all’interno dei calcolatori si sarebbero anche potuti creare degli oggetti e che quegli oggetti, inesistenti nella realtà (e perciò successivamente chiamati “virtuali”), avrebbero in qualche modo preso vita. Ho visto uomini con la bocca aperta di fronte a cose inaudite come una macchina che, attaccatjeff hawke (3)a alla linea dei telefono, permetteva la trasmissione di pagine con testi e disegni: il fax. E poi ho visto il disco del telefono trasformarsi in una (incredibile) tastiera e poi il telefono perdere i fili e diventare quello con cui la gente paria in strada o manda messaggi o riceve notizie e non si sa bene neppure quello che potrà fare il prossimo mese. E tutto questo nell’arco di alcune decine di uomini.

Sembra che il futuro tecnologico dell’uomo stia arrivando a sovrapporsi al presente. Rimane invece legata al passato la sua psicologia, mentre il pensiero prova a cercare di stabilire un contatto fra le due realtà. Alla domanda senza punto interrogativo “Chi è Jeff Hawke” la risposta potrebbe essere proprio questa: l’uomo ideale, che sa legare pensiero umanistico e scientifico, che sa essere realistico concedendosi all’ijeff hawke (4)mpossibile, che si permette il massimo dei dubbio pur essendo sicuro di sé. E che Hawke sia un pensiero, un’icona, una proiezione, è allo stesso tempo il suo fascino e la sua particolarità. Perché di questo protagonista dei fumetti non è che poi si conosca più di tanto. Non sappiamo cosa gli piaccia mangiare o come sia la sua serata ideale. Non conosciamo la sua infanzia, né quali siano i suoi sogni.

Tanto è vero che, neppure di altrjeff hawke (5)i eroi veniamo a sapere certi segreti; ma almeno non ci è ignota la finalità, il motivo dei loro agire: che sia voglia di giustizia, sete di conoscenza o anche solo il desiderio di essere un punto di riferimento culturale o comportamentale. Di Jeff Hawke non conosciamo nulla che non sia direttamente collegabile alle sue avventure, che non rientri nei plot costruiti da Sydney Jordan e dai suoi collaboratori. Non sfugge a questa regola neanche la sua prima storia. Ingenua sia dal punto di vista jeff hawke (7)narrativo che grafico. Jeff Hawke parte male, come tutta la striscia: è un Gordon impacciato, velleitario, un eroe a metà subito condizionato e svilito come tale dalla sua qualità di tramite tra gli alieni angelicati e i terrestri.”

Aveva perfettamente ragione Ranieri Carano quando scriveva queste righe. Ma è stato proprio da quella sua qualità di tramite che successivamente le avventure e le strisce di Jeff hanno preso forma. Perché gli alieni catturarono il protagonista e lo cambiarono. Senza disumanizzarlo, senza togliergli l’anima. Gli allargarono la mente, facendolo diventare un po’ come loro. Staccarono il nostro protagonista dalla Terra, inserendolo in una dimensione cosmica che gli permette di guardare le nostre cose dall’alto, come una divinità moderna, una divinità scientifica. Jeff Hawke sa davvero come va il mondo. Ce lo dice lui stesso a P. 36, commentando l’atteggiamento logico e chiuso di un vecchio archeologo: “Così va il mondo, Sir Theo. Quando non riusciamo a spiegarci le cose, chiudiamo gli occhi”.jeff hawke (8)

Ecco cosa fa papà Hawke. Ci prende per la mano non appena nelle sue storie affiora l’incredibile, l’impossibile, esposto in forma non attendibile, ma autentica, e senza paura ci indica la strada per non aver paura dell’ignoto. Che, significativamente, è anche e soprattutto la paura di ciò che è al di là dei cielo, tra le stelle, in un uni verso che già nel suo carattere di impossibile infinità esprime da solo tutte le incertezze della condizione umana. Jeff Hawke non risolve il problema, lo sviluppa soltanto. Ci suggerisce che anche nell’assoluta diversità gli alieni che prima o poi l’umanità troverà sul suo cammino sono più o meno come noi, un po’ intelligenti, un po’ furbi, un po’ buoni, un po’

furfanti. il fatto che siano così tanto simili agli insetti o a certi esseri marini, e abbiano le nostre stesse dimensioni, potrebbe suggerire questa riflessione: nonostante tutta la nostra scienza e la fantascienza, siamo sempre troppo piccoli rispetto ai misteri dei mondo. Ma, si sa, non tutte le scelte d’autore si possono ejeff hawke (9) si devono interpretare. Alcune nascono improvvise e istintive: “Credo che i miei alieni siano più credibili dei miei esseri umani. Penso che non ci sia niente di più difficile che disegnare un uomo qualsiasi, coi suo vestito normale. Seduto a tavola mentre mangia la cena, questo è molto difficile. Invece quando si disjeff hawke (6)egnano degli alieni, si può sfidare se stessi: chi può dire cosa è giusto e cosa no?”. Questo dichiarava Sydney Jordan in una lunga intervista con Marco M. Lupoi, comparsa su Fumo di China nel 1989. Gli insetti alieni in Jeff Hawke sono opposti a quelli disegnati da Solano Lopez per L’Eternauta: nel secondo mostrano con il loro aspetto la disumanità dei loro agire; mentre nel primo evidenziano una diversità che altrimenti non sarebbe così palese. E anche un’ironia, spesso plateale e per nulla sottile, che talvolta appare all’improvviso. Come in quella vignetta in cui un alieno si lamenta per aver cercato informazioni sul mondo attuale, trovandone invece sul nostro Medioevo. Che sbadataggine: eppure mille anni nella storia dell’universo sono briciole che possono apparire gigantesche solo a noi, formiche dell’eternità.

Come scrive Ferruccio Giromini: “Con l’andar dei tempo, Pur senza rinunciare alla presenza di molti e interessantissimi alieni (uno per tutti: l’indimenticabile Chalcedon), la striscia mette sempre più in secondo piano le caratteristiche spettacolari dei viaggio spaziale per portare invece in primo piano certe implicazjeff hawke (10)ioni scientifiche ed estrapolative proprie più della fantascienza letteraria che di quella disegnata”. Perché la striscia vive fasi diverse dovute soprattutto ai rapporto di collaborazione che Sydney Jordan ha, tra gli altri, col l’amico scrittore William Patterson. Quanto descritto da Giromini avviene liberando la scienza, come abbiamo già detto, dalla paura del mistero. Fenomeni cui non si possono dare motivazioni razionali hanno la possibilità di esistere e di entrare nelle vignette di Jeff Hawke. Nelle quali, è risaputo, è stata sfiorata con dieci anni d’anticipo la data dei primo passo dell’uomo sulla Luna: 4 agosto 1969. Invece fu il 21 luglio: più che un errore, una predizione sbalorditiva.

“Questa è una buona definizione della fantascienza: le meraviglie del possibile”, ha scritto Ferruccio Alejeff hawke (1)ssandri in un’introduzione a Jeff Hawke sullAlmanacco di Linus del 1973: “Ed ecco la latitudine dei limite dei genere: in effetti tutto è possibile, tranne quello che è stato provato che non lo è o che non lo sarà mai” (la definizione, ricorda Alessandri, è di Sergio Solmi). A lasciare interdetti nell’immaginazione di Jordan e di certa fantascienza è che il futuro descritto negli anni Sessanta o Settanta, cioè il nostro presente, non preveda televisori, persona] computer, telefoni cellulari. Ovvero, parlando chiaro: il Duemila previsto da certa fantascienza sembrava allargare coscienza e conoscenza, mentre quello che stiamo davvero vivendo è tutto rivolto dentro se stesso. Non solo verso il nostro mondo, la nostra Terra, ma verso una sola parte di essa.

Un tempo si diceva che sarebbe stato assurdo tentare le costosissime imprese spaziali con tutti i problemi che ci sono sul nostro pianeta. Lo spazio non è stato conquistato, i problemi si sono aggravati; e gli alieni della Terra continuano a essere fuori dai giochi. Jeff Hawke pensava forse che ci saremmo trovati in un futuro più maturo, in cui a Baghdad (come accade in Made in Birmingharn) si potessero effettuare scavi archeologici e in cui, come in Chacondar, le forze dell’universo prendono meravigliosamente vita ispirandosi all’arte dell’uomo.

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