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Politics in Comics (2)

2 luglio 2009

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POLITICS IN COMICS 2

Un paese che conta il maggior numero di premi Nobel per la medicina; dove esistono cliniche tra le più avanzate del mondo, dove la tecnologia medica viene sviluppata ed esportata dappertutto; un Paese che ha permesso a cervelli stranieri, primo fra tutti l’italiano Renato Dulbecco, di dare il via al Progetto Genoma”, che consiste nella schedatura di tutti i geni del DNA umano. Eppure, nonostante tutto ciò, l’America è un Paese dove trentacinque milioni di persone che hanno l’assistenza medica di base, dove se sei povero e magari anche di colore, nero, giallo, indiano, ispanoamericano, puoi anche evitarti di presentarti in un ospedale, tanto non potresti permetterti la retta giornaliera per farti curare.politics in comics 2 (2)

Il questi il succo dell’ultimo romanzo di uno dei maestri del legal-thriller John Grisham, ‘L’uomo della pioggia”, che ruota intorno ad una causa in tribunale in cui un uomo di colore non vuole essere pagato dalla sua assicurazione che gli contesta la sua polizza sulla salute. Il problema della sanità è stato uno dei nodi principali dell’attuale amministrazione Clinton, tanto che il presidente degli Stati Uniti ha affidato la guida della commissione governativa alla moglie Hilary, spesso indicata come il vero presidente, per tenere maggiormente sotto controllo uno dei problemi cardine della società americana.

Abituati come siamo agli scandali della nostra sanità pubblica, spesso e volentieri guardiamo ai sistemi adottati negli altri paesi come ad un paradiso perduto che mai avremo il piacere di assaporare, senza considerare i problemi e le disfunzioni che tali sistemi si portano dietro e che sono altrettanto gravi quanto i nostri. Innanzitutto abbiamo già parlato del fatto che se una persona non è immediatamente in grado di pagarsi la retta giornaliera in un ospedale per una qualsiasi operazione è bella e spacciata dato che la salute, in America, viene curata a chi se lo può permettere. Ma anche chi può accedere ai servizi sanitari, e stiamo parlando di operazioni veramente tipo infarto o polipi cancerosi, non dorme certo sonni tranquilli.

C’è infatti in America l’uso di colpire con multe in denaro i medici che sbagliano le operazioni sui loro pazienti. Tutto bene, dirà qualcuno, così almeno un medico, come chiunque eserciti un qualunque mestiere, viene colpito direttamente negli affetti, cioè nel portafoglio quando sbaglia. Peccato però che questo tipo di prassi ha portato con sé due conseguenze gravissime: la prima è che, una volta stabilito il prezzo dell’errore commesso su un essere umano con un’operazione medica, errore che può anche rivelarsi mortale, si ingaggi una lotta legale furibonda tra i familiari dell’assistito e lo studio legale e le assicurazioni che coprono i medici. Il risultato sono una serie interminabile di cause che vanno avanti per anni, quando poi non sfociano in veri e propri atti criminali come quelli raccontati da Grisham nel suo già citato romanzo.

Il secondo problema è costituito dalle assicurazioni che coprono i medici e i pazienti: più difficile è l’operazione, più alto è il premio da pagare. Senza considerare che per malattie di tipo allergico, asma e altre che non hanno un decorso in tempi brevi ma che si portano dietro per anni, nessuna assicurazione prevede coperture, almeno per tariffe ordinarie, dato che gli assistiti di tali malattie richiedo cure continue e che esse vanno regolarmente pagate. C’è poi anche il fatto che di fronte alla possibilità di pagare una multa troppo costosa in caso di operazione mal riuscita, spesso e volentieri i medici, pur di scoraggiare il paziente, oppure, se proprio questo vuole andare sotto i ferri, di tutelarsi con un compenso adeguato ai presunti rischi legali più che ai rischi reali per il malato stesso.

Di fronte ad un simile scenario la figura del Chirurgo Generale, immaginata da Miller e Gibbons nelle storie di Martha Washington, diventa il simbolo di que

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sta malasanità che ha raggiunto il parossismo e si autodistrugge lentamente consumata da se stessa.

Fautore dì una politica dì identificazione tra il corpo umano e gli Stati Uniti d’America, il Chirurgo Generale era uno dei principali attori non protagonisti di “Give me liberty”, dove si prodigava in una serie di interventi chirurgici su piccola e larga scala da attuare mediante cannone laser per eliminare dal corpo e dalla mente sia dei malati a lui affidati, sia dal tessuto degli stessi Stati

Uniti d’America, le malattie causate dalle degenerazioni provocate non solo dalle abitudini sociali, in particolar modo sessuali, degli americani, ma anche e soprattutto dai soliti smidollati, negri, indiani e portoricani, generatori di tali sconcezze, e in generale, da chiunque si opponesse al nuovo ordine sociale che vede nel Chirurgo Generale il suo principale alfiere, e in questa nuova storia, il principale antagonista della nostra Martha.

Vestito perennemente in tenuta da sala operatoria, con tanto di mascherina e con un paio di occhiali simili a obbiettivi da microscopio, il Chirurgo Generale ricorda, anche nel modo di parlare, il dottor Aseptik, un vecchio personaggio creato dalla leggendaria coppia Magnus & Bunker per la serie “Alan Ford”. Il dottor Aseptik, come si può intuire dal nome stesso, viveva in un ambiente completamente asettico, tanto da nutrirsi solo con cibi liquidi e bevande, opportunamente sterilizzati e filtrati attraverso la sua mascherina.

Rispetto al Chirurgo Generale il dottor Aseptik non si proponeva di cancellare i mali dell’umanità con un colpo di bisturi, ma invece lavorava ad un progetto per aumentare milioni di volte l’inquinamento atmosferico per accrescere la mortalità fin alla scomparsa dell’umanità. Tutti morti, tranne lui, il dottor Aseptik, dato che ha davanti alla bocca la mascherina protettiva che lo protegge dall’inquinamento.

La figura del Chirurgo Generale ben si adatta a rappresentare la mania, più che una moda, della salute che da qualche anno sta attraversando l’America, e di riflesso anche il nostro Paese, e che è rapidamente degenerata in forme non solo parodistiche ma anche pericolose.

Prendiamo per esempio il caso della Candida, un fungo molto pericoloso per le donne; recenti pubblicità americane pongono questo problema in maniera molto semplice e diretta: avete dei problemi con vostro marito, i vostri figli non vi danno retta, siete stressate dal lavoro di tutti i giorni? La colpa è della Can

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dida, prendete le seguenti medicine – e giù pillole e amenità varie – e tutto il mondo vi sorriderà. Perché perdere tempo per cercare un’armonia familiare, un dialogo con i figli, un nuovo rapporto di coppia con il marito – che sono discorsi così difficili da fare, con troppe questioni personali da mettere in discussione – quando c’è un nemico preciso, la Candida in questo caso, e un’arma, il farmaco, che la sconfigge tranquillamente e senza impegno da parte nostra.

Così come i guai vi passeranno grazie al Prozac, l’ormai mitico farmaco della felicità che fa scomparire depressioni e ansie di vivere. Assorto a panacea per ogni male, il Prozac è ormai di casa anche nelle case degli italiani che ne fanno sempre più uso. E anche qui si preferisce mettere mano a teorie scientific

he che sostengono che ansie e depressioni sono solo il frutto di circuiti chimici sballati, i quali fanno secernere liquidi sbagliati in alcune parti dell’organismo e che tutto ciò può essere regolato con una pilIolina. Diventano inutili quindi i pesanti tomi di Freud e Jung, le teorie dei loro discepoli, i discorsi sull’importanza della società nella formazione della psiche degli individui da curare e non come mostro da eliminare, e tutte le amenità che psichiatri, psicologi e scrittori ci hanno fatto digerire da decenni: il Prozac è una “mano santa” per eliminare tutta questa sovrastruttura ideologica e guarirci da tutti i mali. L’esempio più macroscopico di questa campagna salutista è senz’altro la campagna contro il fumo, nemico verso il quale si è creata una vera e propria crociata.

Nella sua rubrica settimanale sul settimanale “L’Espresso”, lo scrittore e saggista Umberto Eco ha raccontato una sua avventura americana. Essendo il Nostro un accanito fumatore, durante un viaggio in treno si era premunito di prenotare un posto sul vagone per fumatori. Il vagone in questione, racconta Eco, si trovava in fondo al treno ed era l’unico a disposizione per chi volesse fumare; era inoltre sporco, mal curato, e quasi il controllore si schifava di andarci a controllare i biglietti. Arrivato a destinazione, Eco si reca a cena con degli amici e anche lì scopre che per i fumatori ci sono posti riservati, quasi dei ghetti. Nonostante tutto ciò, rimane allo scrittore la soddisfazione di invogliare i propri commensali a fumare tra una portata e l’altra della cena, quasi fosse un diavolo tentatore venuto da chissà dove.

Fermo restando che il fumo fa male e rimane una delle cause principali delle morti per cancro, la reazione, ma forse l’avversione è il termine giusto, che i non-fumatori hanno verso i fumatori è senz’altro esagerata. Perché a parte l’inquinamento generale che distrupolitics in comics 2 (5)gge i polinoni di tutti, fumatori e non; a parte che il cinema americano e le pubblicità

ci hanno spinto a fumare per decenni fino a che il testimonial della Marlboro c’è restato – per cancro- e solo allora gli alti papaveri hanno pensato di cambiare rotta, forse perché nessun altro voleva fargli da sostituto negli spot; perché a parte molte ragioni, c’è da rilevare che ciò che l’Occidente scarta e tratta come il Nemico, in questo caso il fumo, viene riciclato nei paesi del Terzo Mondo, dove, ad esempio, il consumo di tabacco ha registrato negli ultimi anni aumenti anche del quattrocento per cento. Forse che laggiù non si muore ancora di cancro ai polmoni? Forse che basta una scritta ipocrita sul pacchetto, ‘Fumare fa male alla salute” per tacitarsi la coscienza e continuare a fare soldi sulla salute degli altri?

La figura del Chirurgo Generale rappresenta al meglio l’ipocrisia del sistema americano, e perché non anche del nostro, che cerca un nemico esterno, fuori di se stesso, che gli permetta di risolvere i propri problemi senza il bisogno di rimettersi in discussione e la paura di ammettere che quello che c’è di sbagliato è dentro di sé, di noi, e che mascherine protettive, colpi di bisturi ad hoc servono solo a salvare la carcassa esterna. E niente altro.

Sergio Rossi

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