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Politics in Comics (1)

1 luglio 2009

politics in comics Page1«L’uscita della prima miniserie dedicata a Martha Washington, “Give me liberty”, fu tale da suscitare fin dal suo apparire, a metà dello scorso anno negli Stati Uniti (usci nel 1990, n.d.r.), sperticati elogi e feroci polemiche. Di certo, il soggetto, classico ma trattato in maniera decisamente innovativa, la secca sceneggiatura di Miller, il tratto plastico ed elegante di Gibbons non sono tali da lasciarci indifferenti).

In questo modo tale storia venne presentata, probabilmente per mano dello stesso direttore Luigi Bernardi, ai lettori italiani nel primo numero della ora defunta rivista Nova Express” edita da Granata Press; peccato che allora le feroci polemiche dei lettori, quelli che risposero all’apertura del dibattito sulle tematiche di tale fumetto, riguardarono più che altro le modalità di pubblicazione di tale fumetto spezzato in più puntate e in bianco e nero, piuttosto che sui temi e su come gli stessi venivano trattati.

E in effetti di temi su cui discutere, sia “Give me liberty” che questa “Martha Washington goes to war”, ne contengono parecchi, e la cosa che più sconcerta, tutti di estrema attualità: prima in ordine di apparizione troviamo l’emarginazione delle popolazioni di colore nel ghetto del Cabrini Green a seguito dell’ascesa di un presidente di estrema destra, atto che trova il suo contraltare attuale nella persona di Newt Gingrich, il leader dell’estrema destra americana, accreditato come il più pericoloso avversario del presidente Clinton, ed intenzionato a portare avanti una serie di riforme a danno delle classi più povere del paese. Non a caso si è recentemente combattuta una battaglia politica in America sulla decisione da parte dei falchi di Gingrich di voler risparmiare sulle refezioni scolastiche togliendo il pasto gratis che veniva offerto ai ragazzi delle classi più disagiate, una lotta politica che ha visto scendere in piazza migliaia di persone: attori e personaggi pubblici; tra i quali troviamo il regista Steven Spielberg e l’attore Tom. Hanks, prendere posizione contro tali provvedimenti. Non trovano quindi molta consistenza le accuse che vennero mosse a Miller e Gibbons di presunto fascismo, senza peraltro chiarire come e quando, solo per aver messo come protagonista del proprio racconto un soldato di mestiere e voler raccontare tutta la vicenda principalmente dal suo punto di vista. 2 la tecnica che lo scrittore di fantascienza Robert Heinlein adottò per JI suo famoso romanzo Fanteria dello spazio in cui il protagonista del romanzo ed io narrante era ancora un soldato di mestiere, un fante appunto. Solo che quando Heinlein scrisse Fanteria dello spazio” la guerra fredda era ancora ai suoi massimi storici e fu facile leggere nelle sue pagine della guerra contro gli alieni a forma di ragno la trasposizione del nemico comunista che allora imperversava.politics in comics Page2

Nella storia di Miller e Gibbons la figura del soldato mercenario si fa più ambigua e più complicata al tempo stesso. Innanzitutto Martha Washington non può non arruolarsi in RAX: è ricercata dalla polizia per essersi sottratta alle squadre mediche ed aver ucciso l’agente che voleva ucciderla a sua volta. La

sua famiglia si trova rinchiusa nel ghetto del Cabrini Green, nel quale non può rientrare. L’esercito le offre la possibilità di cancellare i crimini di cui si è macchiata, anzi, come recita la pubblicità, le sue esperienze giovanili possono essere utili per i compiti che le si prospetteranno. RAX come moderna legione straniera, mandata a combattere dove i diritti umani, e più spesso quelli commerciali, vengono messi in discussione.

Nell’esercito Martha riceve il suo primo addestramento, ma, ancora di più, prende cognizione del mondo che la circonda, di cui prima aveva solo un vago sentore, e così acquista una maggiore consapevolezza e una maturità che la porteranno a sopravvivere in un mondo completamente maschile e a scontrarsi con il tenente Moretti, sua nemesi e motore del primo ciclo di storie. Anche qui una bella trasposizione di uno spaccato di vita americana: se provieni dalle classi più disagiate l’unica possibilità che hai per accedere ad un’istruzione superiore di livello universitario devi vincere una borsa di studio o in una disciplina sportiva, oppure per meriti scolastici, o ancora attraverso l’esercito tentando la carriera militare. Per moltissimi giovani, specialmente neri e portoricani, l’esercito degli Stati Uniti rimane una delle poche, se non l’unica, possibilità di poter uscire dalla propria realtà di miseria ristretta al proprio quartiere di appartenenza.

Un’altra delle critiche mosse a Miller e Gibbons riguardava l’eccesso di violenza che predomina nella storia fin dall’inizio. Sin da Piccola Martha è abituata a convivere con la violenza, da quando si traveste da maschio per girare più tranquillamente per il Cabrinipolitics in comics Page3 Green, a quando è l’unica donna in un battaglione in cui ogni componente proveniva da qualche braccio della morte, fino a che non entra in azione prima come soldato per il proprio paese, poi per la sua sopravvivenza. Nelle belle interviste agli scrittori Grant Morrison e Pete Milligan contenute nel numero 6/1992 della fanzine “Made in USA”, ai quali la storia di Miller e Gibbons non era piaciuta per niente, lo stesso Milligan ammette che le storie di Miller non potrebbero essere non violente perché è l’America stessa un paese violento. Raccontare la violenza significherebbe quindi raccontare il volto deformato e brutale di quel paese.

Non è certo un caso se in America gli adolescenti e i bambini sono costretti ad andare a scuola armati o almeno con giubbotti antiproiettile, se anche il presidente Clinton ha perso, per ora, la battaglia politica con la Lobby delle armi per regolamentarne la vendita e l’uso; una regolamentazione che avrebbe reso più difficile comprare una qualsiasi arma, ma che avrebbe potuto avere una ripercussione su quello che è 2 più prolifico mercato non solo d’America, ma del mondo intero.

E curioso leggere che una storia come questa venga bollata di essere eccessivamente violenta, così come accade per film come ‘Full Metal Jack di Stanley Kubrick o Natural Born Killers” di Oliver Stone, prodotti in cui l’uso della violenza ha una precisa funzione narrativa, mentre storie come quelle della Images, le cui tematiche principali si fermano ai modi migliori per ammazzare i propri nemici, e film come quelli di Van Damme passano tranquillamente sotto le maglie della censura e hanno gradimenti altissimi. Forse perché l’immagine di una violenza ripulita dalle conseguenze della sua azione non turba le menti, non induce a pensare sulle conseguenze e le responsabilità di quell’azione. coscienza su tutto ciò che vede, su ciò che chi controlla la televisione vuole fargli vedere per condizionarlo ai propri scopi. Vero, falso; che importa? Conta l’emozione, l’attimo.politics in comics Page4

In questo modo diventa facile far spacciare un robot, che si incanta tra l’altro, per il presidente degli Stati Uniti, solo perché parla da quello che sembra il suo ufficio e perché sullo schermo compare il logo dalla Casa Bianca. Ancora più facile diventa far credere che il presidente di Manhattan, il dittatore Beluga, sia ancora vivo e continui a combattere mostrando delle immagini di repertorio spacciate per nuove, mentre invece è morto da un pezzo. Facilissimo fomentare l’odio per i texani indipendentisti mostrando le torture che infliggono ai prigionieri ed in particolare a quelli di sesso femminile; probabilmente le stesse immagini, ma cambiando al computer le divise, che le autorità texane fanno vedere ai loro soldati per incitarli contro i nemici. Le stesse parole, le stesse frasi rimbalzano tra i personaggi di questo fumetto e non riescono a trovare un punto fermo da cui ripartire; parole che finiscono per confondersi con quelle che noi lettori sentiamo ogni giorno in televisione, che leggiamo sui giornali e che finiscono per condizionarci inevitabilmente nelle scelte di tutti i giorni.

La cultura televisiva, ridotta a propaganda, pettegolezzo, urlo solitario, invettiva, a fraseggio demagogico condotto con la tracotanza superba di chi non si è mai messo in discussione e abbia mai ragionato se ciò che sta facendo è veramente giusto come crede, non è altro che questo: un gigantesco “taglia-e-cuci” nei tempi e nei modi di chi comanda e che tiene le redini, un’arma scatenata contro chiunque la pensi in maniera differente da come la pensa chi detiene il potere.

Un’arma che serve a far eleggere e distruggere un presidente, a scatenare una guerra a darne le motivazioni necessarie per continuarla, a giustificare genocidi, sempre però considerando momentanee interruzioni per alcuni consigli dalla regia.

(1 -continua)

Sergio Rossi

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