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Sclavi & Roi

23 giugno 2009

dylan Page1

Disegno di Claudio Villa

«Oltre alla fantascienza, l’altra serie del 1986 potrebbe essere horror… Secondo me vale la pena di tentare».

Con queste parole Tiziano Sclavi, in una brevissima relazione, presentava il progetto Dylan Dog all’editore, nella primavera del 1985.

Sclavi dirigeva ancora “Pilot” (i cui folli redazionali erano, guarda caso, in gran parte “splatter”), ma il destino di quella strana rivista era già segnato, avrebbe chiuso in luglio. In casa Bonelli, dopo la parentesi del fumetto “d’élite”, la parola d’ordine era «ributtarsi a pesce sui nostri cari, vecchi albi popolari». Per l’anno seguente, bisognava mettere in cantiere due nuove serie: una senz’altro di fantascienza (in realtà poi rimandata, e poi ripresa da Medda, Serra e Vigna con “Nathan Never”).

E l’altra? Horror, appunto: effettivamente valeva la pena di tentare. Un paio di mesi per mettere appunto il progetto; all’inizio Sclavi immaginava un solitario detective “nero”, un po chandleriano, senza spalle comiche, a New York. Le discussioni con Bonelli furono determinanti: Londra, giovanotto scanzonato, spalla comicissima. A Claudio Villa si chiese di dare un volto a Dylan Dog («il nome è provvisorio, ma poi lo cambieremo») e lui portò degli studi di un tale che assomigliava ad Antonio Gades, il ballerino, un tipo molto latino. Un mese prima Sclavi aveva visto “Another Country”, e aveva pensato che quel Rupert Everet aveva proprio una bella faccia da fumettti.

A Villa fu restituito Gades e fu ordinato di andare a vedere “Another Country” , lo stesso pomeriggio. Fece gli schizzi nel buio del cinema. Quanto a Groucho, Bonelli stava scrivendo un western, “River Bill” apparso nella collana “Tutto West”, in cui c’era un personaggio ispirato a Groucho Marx: si optò quindi per il povero Marty Feldman, ma disegnato risultava più mostruoso

dei mostri. E Groucho tornò, in extremis, a essere Groucho, e pazienza per il doppione. In settembre erano pronte le prime tre storie, subite consegnate a Stano. Trigo e Montanari & Grassano. Per le copertine, fecero delle prove Villa e Stano: a parità di valore, fu preferito il segno di Villa, più tradizionale e bonelliano (ma con il numero 42 i due si sono dati il cambio).

A fine settembre dell’86 uscì il numero 1 di Dylan Dog, “L’alba dei morti viventi”. Un paio di giorni dopo il distributore telefonò. «L’albo è morto in edicola, un fiasco». A Sclavi fu tenuta pietosamente nascosta l’orrenda notizia. Una settimana dopo, altra telefonata del distributore. «E’ un boom, praticamente esaurito, forse dovremo ristamparlo». La verità, come sempre, stava nel mezzo: semplicemente il tam tam tra i lettori (cioè la migliore campagna pubblicitaria, e per giunta gratis) aveva cominciato a funzionare, e tra gli horrorofili si spargeva la lieta insaguinata novella. Risultato: un medio successo, sulle cinquantamila copie. Ma in crescendo.

Oggi, a diversi anni di distanza il crescendo è diventato rossiniano. Dylan Dog ha superato nelle vendite star del calibro di Zagor e Mister No, piazzandosi al secondo posto dopo Tex. E Tex l’ha perfino battuto in un settore, quello degli arretrati: il catalogo è stato spazzato via, si è resa necessaria una prima ristampa, nel ’90, e dopo un solo anno è partita addirittura la “Seconda Ristampa” (un evento che ha dell’incredibile nell’editoria a fumetti). Ma questo, paradossalmente, è il meno. La cosa straordinaria è che “l’indagatore dell’incubo” ha raggiunto in così poco tempo l’olimpo del “cult”, sfiorando il fenomeno di costume. È stato citato da Giulio Giorello sulla terza pagina del “Corriere”, Umberto Eco l’ha definito “autorevole” nella sua “Bustina” dell’”Espresso”, su Millelibri una filastrocca di Madame Verdurin ha invitato i lettori a consolarsi della magra stagione letteraria leggendo Dylan Dog, recentemente è uscito un Oscar Mondadori con cinque storie riunite e la prefazione di Oreste del Buono, e così via (senza parlare delle miriadi di articoli su fanzine e giornali specializzati, e dei numerosi volumi-saggio dedicati al personaggio). A ritmo frenetico piovono le richieste di opzione per film e telefilm, e il grande merchandising si sta muovendo alla grande con agende, diari, magliette, specchi, cuscini, giochi e decine di altri gadget. Altro record quello della posta dei lettori: centinaia di lettere al mese, nessun confronto con quelle indirizzate agli altri personaggi della Casa Editrice. E una novità importante: un interesse da parte del pubblico femminile, per la prima volta nell’universo tradizionalmente maschile dei fumetti Bonelli.

Il dilagare della serie ha poi imposto alla Bonelli dei “fuoriserie”: oltre ai soliti Speciali estivi, c’è stato l’ormai mitico (e probabilmente destinato a un bis il prossimo anno) “Dylan Dog & Martin Mystère”, e il primo “Almanacco della paura”. E c’è stata ovviamente anche una “miniserie parallela” firmata Sclavi & Roi (n.b. di cui in questo post potete ammirare delle splendide “Splash Page”, Nico) apparsa per la prima volta su “Comic Art” e poi raccolta in un volume.

Niente male, per un personaggio che esordì “morendo in edicola”. Ma le attenzioni maggiori vanno, com’è logico, ancora e sempre all’albo mensile, realizzato con cura che è forse senza precedenti e che, da parte di Sclavi, sfiora il maniacale. D’altronde, il suo sogno nascosto era probabilmente quello di creare in Italia il primo “fumetto d’autore” (sia pure tra gli inevitabili alti e bassi della serializzazione) che fosse anche popolare, a grande tiratura: un’impresa da far tremare i polsi. A detta di molti, c’è riuscito.

Decio Canzio

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One Comment leave one →
  1. 25 giugno 2009 19:18

    nice collection
    Thanks

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