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Fellini e Manara

22 giugno 2009

la dolce vita(5)

La faccia di Manara

di

Federico Fellini

Fin da bambino i disegnatori, i pittori, gli artisti in generale li consideravo tra le persone più fortunate del mondo, più degli attori e più quelle belle tedescone che a marzo, davanti al mare gelato, si mettevano in costume da bagno. Ma andiamo con ordine, parlavamo dei disegnatori. Il più bel regalo allora era un libro con le figure e il Corrierino che arrivava il sabato insieme alla Domenica del Corriere. In piedi su una sedia, il foglio da disegno contro il vetro della finestra, dall’altra parte la pagina del giornalino, passavo delle ore intere tentando di ricopiare quelle meravigliose figure, i castelli, gli orchi, le fate. Rifacevo anche le firme che decifravo a fatica: Gustavino, Mussino, che si firmava Attilio, Mazzanti e Carlo Chiostri per me quasi nomi di divinitàmanara fellini

di cui però non riuscivo ad immaginare la faccia. Adesso il mestiere che faccio mi costringe ad immaginare le facce, addirittura ad inventarle nei lineamenti e nei connotati più caratterizzanti. E quando nella vita mi capita d’incontrare qualcuno che ha proprio la faccia giusta per il suo personaggio, per il ruolo che riveste, per la funzione o il mestiere che esercita è una vera soddisfazione. Quasi una ricompensa. La faccia di Manara l’ho riconosciuta subito, era lui il compagno di scuola che in castigo, dietro la lavagna disegnava rapidissimo la professoressa di matematica a tette nude e senza mutandine.

E più tardi, nelle prime redazioni dei giornali, non era ancora con lui o con uno che aveva la stessa faccia che passavo la nottata a preparare il paginone umoristico intitolato: «Quando la cameriera è bona?». Manara sapeva anche fare quelle omelette buonissime che ci aiutavano ad arrivare all’alba

perché invece del sale ci metteva la simpamina. E risalendo nei secoli, in quanti quadri, in un angoletto, ci dev’esmanara fellini (4)sere la faccia di Manara: paggio, guerriero, pastore in mezzo a deposizioni, cortei trionfali, battaglie? Gli apprendisti pittori che lavoravano nelle botteghe dei grandi maestri erano come lui: lo stesso entusiasmo, il talento, l’abilità, l’umile senso artigianale, la pazienza infinita dei carcerati. Giorni e notti sdraiati a pancia all’aria, su delle tavole sospese a cento metri dal pavimento delle chiese, a dipingere alla luce dei ceri: cherubini, serafini, angioloni con le trombe o per scherzo, quando Piero della Francesca o il Beato Angelico non c’erano anche un bel sederino femminile tra nubi radiose o aerei cortei di santi.

O forse era lui il Beato Angelico, Masaccio, anzi Antonello da Messina, a giudicare dalle adolescenti che appaiono in tutte le sue storie. Insomma se un giorno dovessi far apparire in un film uno di questi pittori farei un provino a Milo.

Galleria


Milo Manara

I sogni di Federico Fellini

Il viaggio di G. Mastorna, detto Fernet

Vincenzo Mollica

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