Archive for Luglio 3rd, 2009
Politics in Comics 3: Buon compleanno monello giallo
Fin dalle sue origini il fumetto è stato in America una delle migliori sonde per interpretare usi e costumi, vizi privati e pubbliche virtù del popolo a stelle e strisce. Possiamo dire la stessa cosa anche per gli eroi dei fumetti italiani o francesi o di altri paesi, ma è giusto dare a Cesare ciò che è di Cesare e riconoscere che la primogenitura del fumetto è americana. E inoltre bisogna anche far chiarezza su un equivoco di fondo: il termine “comics” viene spesso indicato come tradizione di comico, divertente in maniera superficiale; ebbene i cosiddetti “comics” e “funnies”, divertenti e ridicoli lo furono sì, ma attingendo la loro “vis comica” dall’humus’, più duro e drammatico del tessuto sociale.
Concentreremo quindi la nostra attenzione non su uno qualsiasi di questi personaggi tteomici”, ma sul primo in assoluto, un omaggio come un altro per celebrare il centenario del fumetto.
La data di nascita ufficiale del Fumetto è il 7 luglio 1895, quando sul The World” di Joseph Puhtzer compare la prima tavola di ‘Yellow Kid”, il monello giallo creato da Richard Felton Outcault, che vive le sue avventure insieme agli amici di Hogan’s Alley. Creato su commissione dell’editore per lanciare il supplemento domenicale del proprio giornale e schiacciare la concorrenza, Yellow Kid è un bambino con un enorme faccione e le orecchie a sventola, è calvo e vestito perennemente con una camicia gialla che gli arriva fino ai piedi e su cui venivano scritte le battute. Il colore giallo del vestito fu determinato dal fatto che era l’unico colore che gli stampatori avevano messo bene a punto sulla rotativa a quattro colori del giornale, ancora in evidente fase di sperimentazione. senti anzi, fin dalla prima storia a puntata pubblicata, “The great dog show in M’Googan Avenue” del 16 febbraio 1896, appare un balloon in mezzo alle miriadi di cartelli che Outcault disseminava per dar voce ai propri personaggi.
E vicolo in cui vive Yellow Kid è straordinariamente sporco e anche i suoi abitanti non sono da meno: fumano, bevono, parlano un inglese sgrammaticato, hanno barbe lunghe e ogni sorta di atteggiamenti eccentrici ma, la particolarità è che i personaggi principali sono tutti bambini e fieri di essere come sono.
Arthur Asa Berger, nel suo “L’Americano a fumetti” del 1973, ci racconta che in America a chi è povero e figlio di povero è consentito ogni tipo di eccentricità, dato che per il mito americano chi è povero non desidera non esserlo, è un traditore dell’etica puritana e per questo deve pagare.
Ma osservando i disegni di Outcault c’è questo e anche di più: c’è il completo rifiuto degli abitanti di Hogan’s Alley del mito del Sogno Americano, o forse non sanno neppure che esso stesso esista e vivono la loro condizione come se non ci fosse niente altro che questa. Nelle facce di questi bambini rivivono la depressione economica del 1894, le agitazioni sindacali, i primi tumulti di fabbrica che sono stati raccontati mirabilmente anche in un altro fumetto: nel cinquantottesimo episodio di “Ken Parker”, dal titolo “Sciopero”, ad opera del duo Berardi & Milazzo.
«Il mondo di Yellow Kid è un mondo di ragazzini immigrati, brutti e cattivi, e di vecchie scarmigliate dagli occhi tristi e dallo sguardo disperato. E’ un mondo di ragazzini neri, dai capelli crespi e dalle labbra spesse, di teppisti irlandesi e di animali rognosi e spelacchiati. E’ un ambiente caotico, in cui i corpi spuntano da tutte le parti, e affollano le tavole, proprio come ci si cominciava a rendere conto che si stava affollando l’America». (Asa Berger, opera citata).
A rileggere le parole di Asa Berger non si può fare a meno di confrontarle con quelle analoghe che si stanno sprecando, sempre in America, per un film. Il titolo è “Kids”, monelli o ragazzini appunto, come i personaggi di Outcault. Furio Colombo, in un suo articolo, fa notare la differenza tra i termini “children” e “kids”: il primo indica i semplici bambini che sono ancora legati alla famiglia e agli insegnanti; il secondo specifica una categoria di persone completamente a sé stante, che non conosce gerarchie, quindi né insegnanti né genitori, se non quelle che si dà all’interno del proprio gruppo. La storia del film narra la giornata tipo di un gruppo di adolescenti, massimo tredici -quattordici anni, che si snoda attraverso gare di skate-board, fumo, droga, sesso e soprattutto tanta noia. Gli “adulti” sono completamente assenti dalla storia, così come non c’è traccia di una possibile altra visione del mondo da parte dei protagonisti della pellicola.
Vita e morte corrono strettamente intrecciate sullo schermo, tanto che neanche la grande fobia degli anni Novanta, l’AIDS, riesce a fermare la corsa di questi monelli: il più estroso di loro è stato contagiato e il virus, un contatto sessuale dopo l’altro, contagia tutti i membri del suo gruppo.
Quello che però fa rimanere pietrificati non è tanto questa serie di aberrazioni narrative, ma quanto è il clima di assoluta normalità m cui si svolgono: i “kids” accettano tutto questo come se il resto del mondo, quello che riguarda gli spettatori, non esistesse o neppure fosse mai preso da loro in considerazione. Ed il peggio è che non solo è tutto vero e tutto documentato, ma la sceneggiatura è stata scritta proprio da uno di questi “kids”, un tredicenne, e poi offerta da filmare al fotografo e regista Larry Clark.
Non c’è famiglia, scuola o programma di educazione sociale che tenga: i personaggi rappresentati non sono orfani, e neppure vivono nell’indigenza. E seppure qua e là si intravedono delle condizioni familiari difficili, neanche questo basta a giustificare, a dare una spiegazione del perché possa essere accaduto, e continuare ad accadere, tutto questo.
In America la Motion Picture Association, che ha l’incarico di valutare i film, non ha saputo fare altro che “sconsigliarlo a tutti”, dato che non poteva catalogarlo secondo le sue regole, neppure sarebbe bastato apporvi sopra la “X”, che definisce i film pornografici e li fa uscire dai circuiti normali di programmazione.
Più arrendevole il “New Yorker”, il prestigioso settimanale culturale, che ha riconosciuto l’amara verità: lasciate che i bambini vadano tranquilli a vederlo, non costituirà per loro una sorpresa come invece accadrà per i grandi, che avranno un soprassalto all’idea che i loro propri figli possano fare cose del genere. Parole che fanno da contraltare a quanto affermato dal regista del film per il quale la vita di gruppo da lui messa in scena, le “lezioni di vita” a cui questi bambini sono sottoposti non sono che la scuola migliore per loro. Sempre che sopravvivano.
Sembra incredibile, ma, come già detto, non si può fare a meno di paragonare le parole usate per Yellow Kid con quelle per “Kids”: di fronte all’evidenza di una situazione sociale che è eufemistico definire abominevole, si tenta di mettere ancora una volta la polvere sotto il tappeto facendo finta che non ci sia.
Allo stesso modo dei poveri messi in scena da Outcault, anche per i vari “kids” sparsi in America e nel resto del mondo, si cerca una comoda giustificazione per evitare qualunque mossa che tenti di affrancarli dalla loro condizione esistente. Se per la morale puritana chi è povero è perché se le meritato, allo stesso modo chi si droga o contrae l’AIDS se l’è cercata e non merita nessuna giustificazione o aiuto. Meglio pensare che quanto viene narrato sulla pellicola, così come sulle pagine del fumetto, riguardi qualcun altro, anzi, i figli di qualcun altro che non conosciamo e non vediamo e che abbandoniamo al suo destino.
Così come i “kids”, anche i bambini di Hogan’s Alley sono abbandonati a loro stessi, probabilmente da genitori che hanno troppo da fare per occuparsi di loro, o a cui dei propri figli non importa niente. Alla maniera delle madri della buona società messe in scena da Woody Allen in “Alice”, madri che, ai primi pianti dei loro figli, li mandano dallo psicologo invece di occuparsene loro. Il tema dell’abbandono sarà poi anche una delle caratteristiche non solo del fumetto di Outcault, ma del fumetto americano in generale. Superman e Batman sono orfani, così come la maggior parte dei supereroi e dei loro aiutanti; nei Peanuts” i grandi non compaiono che dietro le quinte, mentre di essere orfana la protagonista del fumetto di Harold Gray, la piccola orfana Annie, se ne fa addirittura un vanto fin dal titolo; di Terry Lee, Flash Gordon, Wash Tubbs e Capitan Easy, di Dick Tracy ben poco possiamo dire della loro infanzia, dei genitori che hanno avuto. Nel caso poi di personaggi come il già citato Batman, la scomparsa, meglio se violenta, dei propri cari è causa di un’ossessione che dura tutta la vita, spinta fino alla follia psichica.
Asa Berger fa notare come il tema dell’ abbandono sia caratteristico della cultura e del popolo americano, probabilmente legato all’esperienza storica di quel paese che ha visto i suoi abitanti abbandonare l’Europa per trasferirvisi in cerca di nuove opportunità. Come poi, al contrario, la fuga in Europa, o in Africa oppure in Asia, viene vista dagli americani.
Ma Yellow Kid non fu solo il primo fumetto in cui l’editore cambiò disegnatore per proseguirne le avventure (da Outcault passò poi a George Luks, divenuto poi apprezzato pittore), ma fu anche oggetto di un notevole merchandising che lo vide sulle scatole dei biscotti, sui pacchetti di sigarette e addirittura messo in scena in una commedia di Broadway.
Il sottofondo sociale su cui poggiava il fumetto di Outcault venne così messo da parte, tanto che quando lo stesso autore passò dai giornali di Pulitzer a quelli di Randolph Hearst, il magnate che ispirò il “Citizen Kane” di Orson Welles, cominciò una nuova serie, Buster Brown”, ambientando le innocue monellerie del suo personaggio negli ovattati salotti della società bene di New York, dimenticando la miseria e gli abitanti della stessa che aveva messo in scena. Speriamo che tutto ciò non accada con i “Kids”" di Larry Clark, che, invece di essere trattati come un problema sociale da risolvere e da prevenire, non finiscano in qualche sfilata di moda o in come l’opportunità di fuggire da una società un serial televisivo alla moda, e poi più niente si sappia di loro.
Sergio Rossi
I Grandi del Rock: David Bowie
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David Bowie – Wikipedia
Dal folk all’elettronica, passando attraverso il glam rock, il soul e il krautrock, David Bowie ha lasciato tracce che hanno influenzato molti artisti. …
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bowieNet.home
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David Bowie-Heroes.
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David Bowie – Life On Mars?
4 min 10 sec
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Chi è Jeff Hawke?
Chi è Jeff Hawke
Ne ho viste di cose che voi giovanissimi umani di oggi non potreste neanche immaginarvi: televisori in bianco e nero con un solo canale che trasmetteva per poche ore al giorno. Ho visto nella TV in bianco e nero, alla mattina, delle signore che mostravano tessuti e mazzi di fiori; una voce fuori campo ripeteva: “Prove tecniche di trasmissione”. Erano immagini destinate al futuro: quando sarebbe arrivato (ma sarebbe mai davvero arrivato?) il colore sui piccolo schermo. Ho visto cose che oggi sarebbero dei tutto impensabili, improbabili, impossibili. Piccoli computer grandi come pareti, e uomini a convegno asserire che all’interno dei calcolatori si sarebbero anche potuti creare degli oggetti e che quegli oggetti, inesistenti nella realtà (e perciò successivamente chiamati “virtuali”), avrebbero in qualche modo preso vita. Ho visto uomini con la bocca aperta di fronte a cose inaudite come una macchina che, attaccat
a alla linea dei telefono, permetteva la trasmissione di pagine con testi e disegni: il fax. E poi ho visto il disco del telefono trasformarsi in una (incredibile) tastiera e poi il telefono perdere i fili e diventare quello con cui la gente paria in strada o manda messaggi o riceve notizie e non si sa bene neppure quello che potrà fare il prossimo mese. E tutto questo nell’arco di alcune decine di uomini.
Sembra che il futuro tecnologico dell’uomo stia arrivando a sovrapporsi al presente. Rimane invece legata al passato la sua psicologia, mentre il pensiero prova a cercare di stabilire un contatto fra le due realtà. Alla domanda senza punto interrogativo “Chi è Jeff Hawke” la risposta potrebbe essere proprio questa: l’uomo ideale, che sa legare pensiero umanistico e scientifico, che sa essere realistico concedendosi all’i
mpossibile, che si permette il massimo dei dubbio pur essendo sicuro di sé. E che Hawke sia un pensiero, un’icona, una proiezione, è allo stesso tempo il suo fascino e la sua particolarità. Perché di questo protagonista dei fumetti non è che poi si conosca più di tanto. Non sappiamo cosa gli piaccia mangiare o come sia la sua serata ideale. Non conosciamo la sua infanzia, né quali siano i suoi sogni.
Tanto è vero che, neppure di altr
i eroi veniamo a sapere certi segreti; ma almeno non ci è ignota la finalità, il motivo dei loro agire: che sia voglia di giustizia, sete di conoscenza o anche solo il desiderio di essere un punto di riferimento culturale o comportamentale. Di Jeff Hawke non conosciamo nulla che non sia direttamente collegabile alle sue avventure, che non rientri nei plot costruiti da Sydney Jordan e dai suoi collaboratori. Non sfugge a questa regola neanche la sua prima storia. Ingenua sia dal punto di vista
narrativo che grafico. Jeff Hawke parte male, come tutta la striscia: è un Gordon impacciato, velleitario, un eroe a metà subito condizionato e svilito come tale dalla sua qualità di tramite tra gli alieni angelicati e i terrestri.”
Aveva perfettamente ragione Ranieri Carano quando scriveva queste righe. Ma è stato proprio da quella sua qualità di tramite che successivamente le avventure e le strisce di Jeff hanno preso forma. Perché gli alieni catturarono il protagonista e lo cambiarono. Senza disumanizzarlo, senza togliergli l’anima. Gli allargarono la mente, facendolo diventare un po’ come loro. Staccarono il nostro protagonista dalla Terra, inserendolo in una dimensione cosmica che gli permette di guardare le nostre cose dall’alto, come una divinità moderna, una divinità scientifica. Jeff Hawke sa davvero come va il mondo. Ce lo dice lui stesso a P. 36, commentando l’atteggiamento logico e chiuso di un vecchio archeologo: “Così va il mondo, Sir Theo. Quando non riusciamo a spiegarci le cose, chiudiamo gli occhi”.
Ecco cosa fa papà Hawke. Ci prende per la mano non appena nelle sue storie affiora l’incredibile, l’impossibile, esposto in forma non attendibile, ma autentica, e senza paura ci indica la strada per non aver paura dell’ignoto. Che, significativamente, è anche e soprattutto la paura di ciò che è al di là dei cielo, tra le stelle, in un uni verso che già nel suo carattere di impossibile infinità esprime da solo tutte le incertezze della condizione umana. Jeff Hawke non risolve il problema, lo sviluppa soltanto. Ci suggerisce che anche nell’assoluta diversità gli alieni che prima o poi l’umanità troverà sul suo cammino sono più o meno come noi, un po’ intelligenti, un po’ furbi, un po’ buoni, un po’
furfanti. il fatto che siano così tanto simili agli insetti o a certi esseri marini, e abbiano le nostre stesse dimensioni, potrebbe suggerire questa riflessione: nonostante tutta la nostra scienza e la fantascienza, siamo sempre troppo piccoli rispetto ai misteri dei mondo. Ma, si sa, non tutte le scelte d’autore si possono e
si devono interpretare. Alcune nascono improvvise e istintive: “Credo che i miei alieni siano più credibili dei miei esseri umani. Penso che non ci sia niente di più difficile che disegnare un uomo qualsiasi, coi suo vestito normale. Seduto a tavola mentre mangia la cena, questo è molto difficile. Invece quando si dis
egnano degli alieni, si può sfidare se stessi: chi può dire cosa è giusto e cosa no?”. Questo dichiarava Sydney Jordan in una lunga intervista con Marco M. Lupoi, comparsa su Fumo di China nel 1989. Gli insetti alieni in Jeff Hawke sono opposti a quelli disegnati da Solano Lopez per L’Eternauta: nel secondo mostrano con il loro aspetto la disumanità dei loro agire; mentre nel primo evidenziano una diversità che altrimenti non sarebbe così palese. E anche un’ironia, spesso plateale e per nulla sottile, che talvolta appare all’improvviso. Come in quella vignetta in cui un alieno si lamenta per aver cercato informazioni sul mondo attuale, trovandone invece sul nostro Medioevo. Che sbadataggine: eppure mille anni nella storia dell’universo sono briciole che possono apparire gigantesche solo a noi, formiche dell’eternità.
Come scrive Ferruccio Giromini: “Con l’andar dei tempo, Pur senza rinunciare alla presenza di molti e interessantissimi alieni (uno per tutti: l’indimenticabile Chalcedon), la striscia mette sempre più in secondo piano le caratteristiche spettacolari dei viaggio spaziale per portare invece in primo piano certe implicaz
ioni scientifiche ed estrapolative proprie più della fantascienza letteraria che di quella disegnata”. Perché la striscia vive fasi diverse dovute soprattutto ai rapporto di collaborazione che Sydney Jordan ha, tra gli altri, col l’amico scrittore William Patterson. Quanto descritto da Giromini avviene liberando la scienza, come abbiamo già detto, dalla paura del mistero. Fenomeni cui non si possono dare motivazioni razionali hanno la possibilità di esistere e di entrare nelle vignette di Jeff Hawke. Nelle quali, è risaputo, è stata sfiorata con dieci anni d’anticipo la data dei primo passo dell’uomo sulla Luna: 4 agosto 1969. Invece fu il 21 luglio: più che un errore, una predizione sbalorditiva.
“Questa è una buona definizione della fantascienza: le meraviglie del possibile”, ha scritto Ferruccio Ale
ssandri in un’introduzione a Jeff Hawke sull‘Almanacco di Linus del 1973: “Ed ecco la latitudine dei limite dei genere: in effetti tutto è possibile, tranne quello che è stato provato che non lo è o che non lo sarà mai” (la definizione, ricorda Alessandri, è di Sergio Solmi). A lasciare interdetti nell’immaginazione di Jordan e di certa fantascienza è che il futuro descritto negli anni Sessanta o Settanta, cioè il nostro presente, non preveda televisori, persona] computer, telefoni cellulari. Ovvero, parlando chiaro: il Duemila previsto da certa fantascienza sembrava allargare coscienza e conoscenza, mentre quello che stiamo davvero vivendo è tutto rivolto dentro se stesso. Non solo verso il nostro mondo, la nostra Terra, ma verso una sola parte di essa.
Un tempo si diceva che sarebbe stato assurdo tentare le costosissime imprese spaziali con tutti i problemi che ci sono sul nostro pianeta. Lo spazio non è stato conquistato, i problemi si sono aggravati; e gli alieni della Terra continuano a essere fuori dai giochi. Jeff Hawke pensava forse che ci saremmo trovati in un futuro più maturo, in cui a Baghdad (come accade in Made in Birmingharn) si potessero effettuare scavi archeologici e in cui, come in Chacondar, le forze dell’universo prendono meravigliosamente vita ispirandosi all’arte dell’uomo.
Il farmacista di Tolosa
La Cachou Lajaunie, cui si riferisce il manifesto, era una pastiglia di colore nero “inventata” nel 1880 a Tolosa dal farmacista Lèon Lajaunie. La pastiglia aveva tre gusti: liquirizia, menta e vaniglia. Oggi solo il sapore di liquirizia è stato conservato. Dal 1902 al 1987 una notevole campagna pubblicitaria (anche televisiva dal 1985) ha potenziato l’iniziativa commerciale dei farmacista. Si pensi che nel solo 19 10 furono venduti 40Omila flaconi per arrivare a due milioni nel 1930 e sette milioni nel 1987. Attualmente la cifra supera i dieci milioni. t stata composta anche una canzone. In partenza, il farmacista di Tolosa sperimentò il prodotto con i suoi clienti “particolari” accaniti fumatori: autisti, ciclisti, scaricatori, tutta gente che non aveva grande conto della propria igiene dentale e del proprio alito. Il prodotto di partenza era il Chachau” in polvere (derivato da una palma originaria delle Indie orientali appartenente al genere Areca, di qui il nome Areca Catechu poi diventato Cachou) al quale vennero aggiunti zucchero, amido, lattosio e gelatina aromatizzata. Oltre a questi elementi altri se ne aggiunsero nel tempo per rendere sempre più gradevole il prodotto come la menta inglese. Ma è stata l’invenzione di “profumare” il fumo di sigaretta, sigaro e pipa con conseguente alito “gradevole” a spalancare le porte del successo al farmacista Lajaunie.
LINK
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Cachou LaJaunie
Cachou LaJaunie. This is a French product that was developed in 1880 by a pharmacist who wanted to help people gain a sense of fresh breath and health. …
www.licorice.org/…/Cachou_LaJaunie/cachou_lajaunie. -
Cachou Lajaunie – Wikipédia
25 fév 2009 … Le Cachou Lajaunie est une pastille carrée de couleur noire, à la réglisse, qui vit le jour en 1880 à Toulouse, chez un pharmacien nommé …
fr.wikipedia.org/wiki/Cachou_Lajaunie -
Amazon.com: Cachou Lajaunie Licorice – 5 tins: Gourmet Food
Cachou Lajaunie are tiny licorice-based candies still made in Toulouse, …. I am from France so I have had the privilege of enjoying Cachou Lajaunie all my …
www.amazon.com/Cachou-Lajaunie…/





































